- icú: montagna. Secondo i mixtechi la montagna era la madre di tutti gli uomini e gli animali che vi vivevano. Nelle rappresentazioni la montagna è una donna incinta di pietra.
- ñuhu: luce. Gli anaguatechi ritenevano che la luce del Sole e della Luna fosse continuamente in pericolo e che gli umani, in qualche modo, potevano continuare a preservarle.
- ñuhú: terra. Per gli anaguatechi ogni singolo frutto della terra era sacro, dal piú piccolo sasso alla piú imponente montagna, dal piú arido deserto alla piú rigogliosa foresta.
- nuní: mais. Il mais era l’alimento principale degli anaguatechi. Nel Popol Uuh gli uomini sono fatti di mais! Ancora oggi le donne indigene celebrano il mais come un miracolo (usanza già in voga all’inizio della storia di Ânâhuac).
- ñùù: villaggio. Gli anaguatechi si organizzavano in città intorno a cui sorgevano tanti villaggi dove viveva il popolo. Oggi sono chiamati pueblos e sono ancora abitati.
- quiví: giorno, ma anche destino. Per gli anaguatechi il destino di una persona era determinato dal giorno in cui nasceva.
- saví: pioggia. I mixtechi chiamavano sé stessi “popolo della pioggia”. La pioggia era fondamentale perché faceva crescere il mais, alla base dell’economia anaguateca.
- tùtù: libro. Gli anaguatechi conoscevano la carta e su di essa scrivevano libri pieni di illustrazioni vivacemente colorate.
- vehe ñuhu: casa di vita, tempio di vita. I templi maya, mixtechi e aztechi erano di forma piramidale, con delle scalinate decorate con iscrizioni e altari in cima. Solo i sacerdoti potevano salire fin sulla cima del tempio, però il popolo partecipava animatamente alle cerimonie religiose.
- yaa: canzone, canto o poesia. Già dall’epoca maya si mostrava interesse per la musica e per la poesia. Purtroppo non sappiamo molti testi delle canzoni né tanto meno i loro ritmi, ma in compenso conosciamo gli strumenti che usavano, quali tamburi, flauti e sonagli.
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mercoledì 17 settembre 2014
10 parole in mixteco per capire la cultura di Ânâhuac
martedì 2 settembre 2014
Le Avventure di Ixquic pt 002 - Il Popol Uuh
«Messaggeri,
non riuscirete ad uccidermi perché non sono hoxbal
quelli che sono nel mio grembo! Semplicemente sono stati creati. Sono andata ad
ammirare la cosiddetta “Testa di Hun – Hunahpú” a Pucbal Chah. Perciò fermatevi, non sacrificatemi!» disse la
fanciulla.
«Ché useremo
come sostituto per il tuo cuore?[1] Tuo
padre disse: “Portate qui il suo cuore, i Signori lo esamineranno e se saranno
soddisfatti il cuore sarà quello. Portate il cuore della ragazza qui, veloci,
mettetelo qui nella chicchera!” Non l’ha detto? Cosa metteremo nella chicchera,
allora? Non vorremmo che tu muoia, però», risposero i messaggeri.
«Beh, questo
cuore non gli appartiene. E poi non è qui che dovrebbero stare le vostre case!
Non dovete per forza uccidere le persone! È di voi che abusano, Hun Camé e
Uucub Camé. Solo il “Sangue di Drago”[2] gli
appartiene! Fate così: bruciate quello davanti alle loro facce, non bruciate questo cuore. Così sia.
Metteteci il frutto di questo albero», replicò la fanciulla.
La linfa
dell’albero era rossa, così fu messa nella chicchera.[3]
Il sostituto
per il suo cuore fu spremuto dall’albero rosso. La linfa che uscí dall’albero
era come il sangue, rosso acceso.
Da quando la
ragazza tagliò l’albero esso fu chiamato “Chuh Cac Ché” [«Albero Rosso Acceso
del Sacrificio»]. Lei lo chiamò “sangue” e da allora l’albero di chiamò
“sangue”.
«Ora andate
sulla faccia della terra!» disse la fanciulla ai gufi.
«Va bene,
ragazza. Noi andremo dopo verso l’alto,
dopo aver consegnato ai Signori il sostituto del tuo cuore» risposero i
messaggeri.
Quando
arrivarono davanti alle facce dei Signori, essi speravano bene.
«Ce l’avete
fatta o no?!», disse dunque Hun Camé.
«Ce
l’abbiamo fatta, Signori. Qui c’è il suo cuore, sul fondo della chicchera.»
«Bene,
allora lo vedremo», replicò Hun Camé. Allora lo prese e lo sollevò in alto, e
dalla sua superficie sgocciolava finto sangue di colore rosso acceso.
«Accendete
il fuoco e mettiamocelo dentro!» disse Hun Camé.
Poi loro lo
misero a bruciare sul fuoco e tutta Xibalbá sentí la fragranza. Finí l’ascesa di
tutti loro, quand’erano ricurvi sul cuore di Ixquic, mentre si deliziavano con
l’odore del sangue bruciato
Poi i gufi
si lasciarono tutto alle spalle e andarono ad accompagnare la fanciulla.
Ancora dopo
sono tornati giù a Xibalbá da un buco che lasciarono là sulla terra.
Così sono
stati sconfitti tutti gli Xibalbani, grazie alla fanciulla che li accecò[4] tutti
quanti, Ixquic.
[1] Qui dice iqux, cioè il vostro cuore,
anziché aqux, il tuo cuore. Potrebbe essere una forma di rispetto. La forma di
rispetto al plurale utilizzata nel testo Popol Uuh è loro.
[2] Si tratta della linfa di certi
alberi dei generi Croton, Dracaena, Daemonorops e Pterocarpus.
[3] Il testo riporta xcul anziché xcol, chicchera o recipiente.
[4] Molte
espressioni in voga oggi erano conosciute ed usate
dai quiché. Quando noi diciamo «ma chi m’ha accecato?» non sappiamo che era
un’espressione in voga all’epoca dei maya.
Le Avventure di Ixquic pt 001 - Il Popol Uuh
Poi lei andò
da sola, e dunque arrivò[1] sotto
l’albero piantato a Pucbal Chah.
«Wow![2] Come
sono i frutti di questo albero? Dovrei morire, dovrei dannarmi solo per
tagliarne uno?»[3]
disse dunque la fanciulla.
Allora parlò
il teschio[4] che era
lì nell’albero di mezzo:
«Li desideri
veramente? Sono solo ossa queste cose rotonde poste sui rami dell’albero!»,
disse il teschio di Hun – Hunahpú parlando alla fanciulla.
«Tu non li
desideri!» disse a lei.
«Li
desidero!» disse dunque la fanciulla.
«Okay,
allora tendi verso di me la tua mano destra, voglio vederla» disse il teschio.
«Benissimo!»
rispose la fanciulla.
Lei protese
la mano destra verso l’alto, verso la faccia del teschio. Il teschio così le
soffiò.[5] Il
soffio cadde sulla mano della fanciulla. Poi lei guardò nella sua mano, subito
la vide. Non c’era la saliva del teschio
nella sua mano.
«Semplicemente
quello era il segno che io ti ho dato, il mio soffio. La mia testa non
funziona, rimangono solo ossa che non possono fare ciò che fa la carne.
Semplicemente
è come la testa di un gran signore, solo la carne funziona. Senza morirà e le
persone si spaventeranno nel vedere le sue ossa. Perciò rimane solo suo figlio,
che è un pó come il suo soffio, il suo sputo, la sua essenza. Se il figlio di
un signore, se è il figlio di un saggio, signore del linguaggio, non sarà
perso, lui continuerà, lui renderà tutto completo.
Non spegne,
non rovina la faccia del signore, del guerriero, del saggio, del signore del
linguaggio. Semplicemente questi rivivono nelle loro figlie e nei loro figli.
Così sia,
come ho fatto con te, va’ là sulla faccia della terra, non morirai. Entrerai
nella storia. Così sarà», disse il teschio di Hun – Hunahpú e Uucub – Hunahpú. Semplicemente
erano gli stessi i loro pensieri[6] quando
fu fatto. Così parlarono Haracán, Chípi Caculhá, Raxá Caculhá.
[1] Anziché xopón, arrivò, nel testo
c’è scritto xapon.
[2] Testualmente
hiá, termine senza traduzione. Si
tratta del suono fatto quando si è stupiti, simile all’italiano ah! oppure all’esclamazione wow!.
[3] Nella traduzione di Ugo
Stornaiolo si legge «questi frutti non dovrebbero marcire. Potrei prenderne
uno?». Recinos invece traduce come qui «dovrei morire, dovrei dannarmi solo per
tagliarne uno?».
[4] Il testo riporta bak, osso,
anziché holom, teschio o testa. È però
ovvio che si tratta del cranio di Hun – Hunahpú.
[5] Nella mitologia azteca il
“soffio della vita” è ciò che tiene in vita il Sole e l’universo. Fu il “soffio
della vita” a mettere in cinta la fanciulla e a dare vita ai mitici Hunahpú e Ixbalânqué.
[6] Nel testo si legge xaui quinaoh, cioè stessi loro pensieri; Ugo Stornaiolo traduce erano una sola mente. Anche se la testa è di Hun – Hunahpú anche
Uucub – Hunahpú pensa con quel cervello.
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