Translate

Cerca nel blog

Visualizzazione post con etichetta Maya. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Maya. Mostra tutti i post

giovedì 4 settembre 2014

Apprendendo Maya Yucateco

MODI DI DIRE NOTTE:

LA FAMIGLIA:

NOMI DI FIORI O FRUTTI:

GLI STRUMENTI MUSICALI:

ALCUNI VERBI MOLTO USATI:

ALCUNI OGGETTI MOLTO USATI:

NOTE:
  • La parola amico è prestito dell'italiano amico e dello spagnolo amigo. Potrebbe essere stata coniata nel periodo coloniale.
  • La parola ahdzot, computer, è stata inventata nel periodo posclassico, cioè in tempi moderni. Oggi è possibile usare Facebook e altre applicazioni in lingua maya.


martedì 2 settembre 2014

Le Avventure di Ixquic pt 002 - Il Popol Uuh

«Messaggeri, non riuscirete ad uccidermi perché non sono hoxbal quelli che sono nel mio grembo! Semplicemente sono stati creati. Sono andata ad ammirare la cosiddetta “Testa di Hun – Hunahpú” a Pucbal Chah. Perciò fermatevi, non sacrificatemi!» disse la fanciulla.
«Ché useremo come sostituto per il tuo cuore?[1] Tuo padre disse: “Portate qui il suo cuore, i Signori lo esamineranno e se saranno soddisfatti il cuore sarà quello. Portate il cuore della ragazza qui, veloci, mettetelo qui nella chicchera!” Non l’ha detto? Cosa metteremo nella chicchera, allora? Non vorremmo che tu muoia, però», risposero i messaggeri.
«Beh, questo cuore non gli appartiene. E poi non è qui che dovrebbero stare le vostre case! Non dovete per forza uccidere le persone! È di voi che abusano, Hun Camé e Uucub Camé. Solo il “Sangue di Drago”[2] gli appartiene! Fate così: bruciate quello davanti alle loro facce,  non bruciate questo cuore. Così sia. Metteteci il frutto di questo albero», replicò la fanciulla.
La linfa dell’albero era rossa, così fu messa nella chicchera.[3]
Il sostituto per il suo cuore fu spremuto dall’albero rosso. La linfa che uscí dall’albero era come il sangue, rosso acceso.
Da quando la ragazza tagliò l’albero esso fu chiamato “Chuh Cac Ché” [«Albero Rosso Acceso del Sacrificio»]. Lei lo chiamò “sangue” e da allora l’albero di chiamò “sangue”.
«Ora andate sulla faccia della terra!» disse la fanciulla ai gufi.
«Va bene, ragazza. Noi  andremo dopo verso l’alto, dopo aver consegnato ai Signori il sostituto del tuo cuore» risposero i messaggeri.
Quando arrivarono davanti alle facce dei Signori, essi speravano bene.
«Ce l’avete fatta o no?!», disse dunque Hun Camé.
«Ce l’abbiamo fatta, Signori. Qui c’è il suo cuore, sul fondo della chicchera.»
«Bene, allora lo vedremo», replicò Hun Camé. Allora lo prese e lo sollevò in alto, e dalla sua superficie sgocciolava finto sangue di colore rosso acceso.
«Accendete il fuoco e mettiamocelo dentro!» disse Hun Camé.
Poi loro lo misero a bruciare sul fuoco e tutta Xibalbá sentí la fragranza. Finí l’ascesa di tutti loro, quand’erano ricurvi sul cuore di Ixquic, mentre si deliziavano con l’odore del sangue bruciato
Poi i gufi si lasciarono tutto alle spalle e andarono ad accompagnare la fanciulla.
Ancora dopo sono tornati giù a Xibalbá da un buco che lasciarono là sulla terra.
Così sono stati sconfitti tutti gli Xibalbani, grazie alla fanciulla che li accecò[4] tutti quanti, Ixquic.




[1] Qui dice iqux, cioè il vostro cuore, anziché aqux, il tuo cuore. Potrebbe essere una forma di rispetto. La forma di rispetto al plurale utilizzata nel testo Popol Uuh è loro.
[2] Si tratta della linfa di certi alberi dei generi Croton, Dracaena, Daemonorops e Pterocarpus.
[3] Il testo riporta xcul anziché xcol, chicchera o recipiente.
[4] Molte espressioni in voga oggi erano conosciute ed usate dai quiché. Quando noi diciamo «ma chi m’ha accecato?» non sappiamo che era un’espressione in voga all’epoca dei maya.

Le Avventure di Ixquic pt 001 - Il Popol Uuh

Poi lei andò da sola, e dunque arrivò[1] sotto l’albero piantato a Pucbal Chah.
«Wow![2] Come sono i frutti di questo albero? Dovrei morire, dovrei dannarmi solo per tagliarne uno?»[3] disse dunque la fanciulla.
Allora parlò il teschio[4] che era lì nell’albero di mezzo:
«Li desideri veramente? Sono solo ossa queste cose rotonde poste sui rami dell’albero!», disse il teschio di Hun – Hunahpú parlando alla fanciulla.
«Tu non li desideri!» disse a lei.
«Li desidero!» disse dunque la fanciulla.
«Okay, allora tendi verso di me la tua mano destra, voglio vederla» disse il teschio.
«Benissimo!» rispose la fanciulla.
Lei protese la mano destra verso l’alto, verso la faccia del teschio. Il teschio così le soffiò.[5] Il soffio cadde sulla mano della fanciulla. Poi lei guardò nella sua mano, subito la vide. Non c’era la saliva del teschio  nella sua mano.
«Semplicemente quello era il segno che io ti ho dato, il mio soffio. La mia testa non funziona, rimangono solo ossa che non possono fare ciò che fa la carne.
Semplicemente è come la testa di un gran signore, solo la carne funziona. Senza morirà e le persone si spaventeranno nel vedere le sue ossa. Perciò rimane solo suo figlio, che è un pó come il suo soffio, il suo sputo, la sua essenza. Se il figlio di un signore, se è il figlio di un saggio, signore del linguaggio, non sarà perso, lui continuerà, lui renderà tutto completo.
Non spegne, non rovina la faccia del signore, del guerriero, del saggio, del signore del linguaggio. Semplicemente questi rivivono nelle loro figlie e nei loro figli.
Così sia, come ho fatto con te, va’ là sulla faccia della terra, non morirai. Entrerai nella storia. Così sarà», disse il teschio di Hun – Hunahpú e Uucub – Hunahpú. Semplicemente erano gli stessi i loro pensieri[6] quando fu fatto. Così parlarono Haracán, Chípi Caculhá, Raxá Caculhá.




[1] Anziché xopón, arrivò, nel testo c’è scritto xapon.
[2] Testualmente hiá, termine senza traduzione. Si tratta del suono fatto quando si è stupiti, simile all’italiano ah! oppure all’esclamazione wow!.
[3] Nella traduzione di Ugo Stornaiolo si legge «questi frutti non dovrebbero marcire. Potrei prenderne uno?». Recinos invece traduce come qui «dovrei morire, dovrei dannarmi solo per tagliarne uno?».
[4] Il testo riporta bak, osso, anziché holom, teschio o testa. È però ovvio che si tratta del cranio di Hun – Hunahpú.
[5] Nella mitologia azteca il “soffio della vita” è ciò che tiene in vita il Sole e l’universo. Fu il “soffio della vita” a mettere in cinta la fanciulla e a dare vita ai mitici Hunahpú e Ixbalânqué.
[6] Nel testo si legge xaui quinaoh, cioè stessi loro pensieri; Ugo Stornaiolo traduce erano una sola mente. Anche se la testa è di Hun – Hunahpú anche Uucub – Hunahpú pensa con quel cervello. 

Codice Borbonico

Codice Borbonico
Questo è il “Rituale Del Fuoco Nuovo”, o ”Rituale Dell’Anno Nuovo”